Un bel racconto di viaggio delle Eolie e della sua gente a fine anni 50

1 maggio 2016 Notizie Eolie

 

 

222 VULCANO E PESCATORIVulcano: soufre.

Un’ora e mezza di navigazione permette di attraversare i 30 chilometri che separano Vulcano dalla costa. Quest’isola di 20 chilometri quadrati è la più visitata, a causa di fenomeni vulcanici vari, spettacolare e facilmente accessibile possiamo osservare, in particolare una striscia di sabbia vulcanica grigia che collega Vulcano (Vulcano) a Vulcanello (il piccolo Vulcano), bordata su entrambi i lati da due spiagge: quella del Levante e quella di Ponente. Come nelle “sorgenti sulfuree” di Napoli, la natura dà una rappresentazione permanente: sulla spiaggia di Levante, dove pietre e ciottoli sono sostituiti da scorie vulcaniche: pezzi di lava nera o marrone pietra pomice grigio-bianca, un vapore potente fuoriesce attraverso la fessura del suolo; non lontano, delle fumarole sottomarine fanno bollire il mare: dopo qualche metro esso è freddo. Un bollente pozzo d’acqua e un piccolo vulcano di fango grigio sono in ebollizione perpetua, da un altro grande buco senza fondo, emergono continuamente fumi di zolfo abbondanti, gli isolani lo chiamono “Soffione”. La “grotta dell’Allume” a l’aspetto di una enorme roccia grigia con vene giallo oro di zolfo puro.

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Il vulcano è addormentato: l’ultima eruzione è datata 1888. Sul fianco del monte Aria, che domina la spiaggia di Levante, si apre il cratere della Fossa (Gran Cratere) a 386 metri. I suo nome è dato da un tipo di eruzione dette “vulcaniana”, caratterizzata da una lava vischiosa, da esplosioni violente, da proiezioni di “bombe di lava” e molta cenere.

 

La spiaggia al tramonto, la varietà dei colori è una delizia: al grigio della cenere vulcanica che domina si mescola il giallo dello zolfo, il bianco della pietra pomice, il rosso e marrone della lava, il verde e viola degli ossidi metallici.

Ci si sente ovunque l’odore di zolfo, ma la gente del posto vi dirà con orgoglio che a Vulcano non vi sono malattie polmonari.

 

Lipari: pierre ponce

 

Continuando il viaggio, dopo aver attraversato un canale di 600 metri, le “Bocche di Vulcano”, arriviamo nell’isola più grande dell’arcipelago eoliano, Lipari, con la città che porta lo stesso nome, centro commerciale e turistico delle isole. Qui si trovano i migliori hotels e comodi mezzi di comunicazione per visitare le altre isole: due volte a settimana, il battello (il postale) va a Filicudi e Alicudi, lo stesso che collega Messina, Napoli con Panarea e Stromboli, ogni giorno.

 

Gli isolani fanno i loro acquisti trattano gli affari. I bambini vanno a scuola cosiddetta “media” (Scuola Media), dopo le scuole elementari delle rispettive isole.

 

Nel 1950, gli scavi archeologici hanno permesso di scoprire intorno al paese resti di abitazioni sovrapposte della prima epoca del bronzo, della prima epoca dell’età del ferro e dell’epoca greco-romana. Fino ad oggi, 300 tombe della grande necropoli greco romana sono state scoperte, con preziosi arredi funerari: vasi, terre cotte con soggetti teatrali, gioielli etc.

 

postale eoloPer conservare queste scoperte, a Lipari è stato creato di recente un museo dove si possono ammirare dei vasi del neolitico, della ceramica greca arcaica del VI secolo A.C., delle asce, delle punte, la ricostruzione di una necropoli dell’età del ferro scoperta nel 1953, con grandi vasi funerari e piccoli con le ceneri della cremazione. Impossibile elencare qui la ricchezza di un recente museo che crescerà ancora, gli scavi continuano a Lipari e nell’isola di Panarea, dove è stato scoperto nel 1950 nella penisola di Milazzese, un villaggio preistorico costituito da 23 capanne circolari del XIV A.C., chiamato “Villaggio del Milazzese”. Vicino alla città di Lipari, lo stabilimento termale di San Calogero per curare i reumatismi. (Le acque bollenti di Vulcano hanno le stesse proprietà, ma nulla è stato organizzato per i malati. La fossa di fango circondata da un filo sotto il quale si scivola per prelevare un campione!)

 

L’originalità dell’isola di Lipari si trova nelle sue cave di pietra pomice nei villaggi di Canneto (5 Km da Lipari) e Acqua Calda.

 

Dopo aver lasciato montagne di lava rossastre, coperte di una sottile vegetazione, delle montagne di un bianco abbagliante si staccano tutte di un colpo sul cielo blu agli occhi del viaggiatore sorpreso. Delle colate di ossidiana, un vetro vulcanico, solcano la pietra pomice. Pezzi lunghi e taglienti, l’ossidiana è stata utilizzata dai primi abitanti delle isole, quando la scolpivano per fare degli strumenti di caccia e difesa.

 

La pietra pomice è grigia, leggermente lucida, porosa, molto leggera, friabile. La montagna è continuamente scolpita, ricchezza inesauribile per l’isola. Ridotta in polvere, o in pezzi, la pietra pomice è caricata su dei vagoni (carrelli); i lavoratori li spingono su dei moli di metallo che scorgono dal mare. Il loro contenuto viene versato in barche che lo portano verso il continente italiano o all’estero. Fino al 1939 la Francia ha acquistato la pietra pomice dalle isole Lipari; ora operano degli importanti giacimenti nel Puy-de-Dome, presso il comune di Rochefort-Montagne. (Dovrebbe riferirsi ad un Vulcano spento che si trova in quel dipartimento).

 

La Pomice è usata nell’industria di lucidatura, in smaltatura, ceramica, fabbricazione di prodotti per la pulizia.

 

Piccoli pezzi di pietra pomice galleggiano sull’acqua in prossimità delle cave, in modo che il mare blu scuro è punteggiato tutto di bianco.

 

stromboli pinet

Stromboli: flammes

Stromboli, la più settentrionale delle isole è costituita da una sola montagna 926 metri sul livello del mare, a forma di cono.

A differenza di Vulcano, è attivo: ci sono le eruzioni dette “stromboliane”, caratterizzate da una lava fluida, proiezioni di bombe a spirale e lapilli che formano colate poco distese.

 

Le eruzioni avvengono circa ogni quindici minuti. Durante il giorno, si vede una grande nuvola bianca che ricopre la cima della montagna, cumulo di aspetto innocuo; ma di notte si vedono le fiamme del Vulcano. Dal mare, lo spettacolo è magnifico: ad ogni eruzione c’è un’esplosione, come un fuoco d’artificio: il cielo diventa giallo e poi rosso; allo stesso tempo, su questo fondo splendente, un lancio di scorie, piccoli pezzi di pietra pomice, e di sassi. La colata di lava incandescente cade sempre sullo stesso lato, un picco sul mare, chiamato “Sciara del Fuoco.

 

L’altro versante del vulcano è abitato e coltivato fino a centinaia di metri sul livello del mare; viti, fichi, capperi prosperano lì come in altre isole.

 

Ma a volte le eruzioni del vulcano sono più pericolose: nel 1930, la lava è scesa fino alle case, bruciando le viti annientando tutto quello che incontrava. Questa minaccia permanente, accoppiata al terreno povero, spopola l’isola, molte case abbandonate lo testimoniano – e il nome evocativo di “Quartier des Soupirs” (Quartiere dei Sospiri) alla parte alta del villaggio di Piscità.

 

Il vulcano attrae molti turisti, desiderosi di inediti spettacoli. Per vedere le fiamme del vulcano di notte, la maggior parte non esitano a fare una salita dolorosa di quattro-cinque ore dopo il tramonto, anche una dolorosa discesa, perché la lava è molto friabile schiacciata sotto i piedi. Come per andare verso sulla sommità dell’Etna, devi essere accompagnato da una guida autorizzata: oltre il pericolo che rappresenta, un vulcano in attività è in continua trasformazione. Il 28 febbraio 1955, i navigatori ebbero la sorpresa di vedere ai piedi stessi del vulcano un’enorme colonna di vapore che spuntava dalle onde, vera eruzione sottomarina, adesso fermata.

 

Straordinario tanto quanto ciò possa sembrare, ha Stromboli, l’aria è più pura, più leggera che nelle altre isole.

 

Fruits de iles

Nelle sabbie vulcaniche di Vulcano crescono un po di vitigni, delle canne, ma soprattutto delle piante spinose e dei pomodori selvaggi abbandonati.

 

La vite cresce molto bene nella lava ricca di fosfato e carbonato di calcio. I vigneti di Salina producono il famoso vino Malvasia, che è esportato con l’uva secca ed i capperi. I capperi si arrampicano dal suolo dappertutto, anche nei posti più secchi, il loro verde brillante stelo, molto lungo, piccole foglie rotonde con un fiore bianco e viola, irregolare, che rassomiglia ad una orchidea.

 

Il fico d’India è il re, come in tutte le isole del Mediterraneo; si aggrappa alle rocce più inaccessibili. Per raccogliere i frutti, gli isolani utilizzano una canna con all’estremità legate due lattine di conserve vuote; il bordo delle latte, tagliente, stacca facilmente i fichi.

 

Le Canne selvatiche, alte da 2 a 3 metri, crescono dappertutto, servono a tutto: palizzate, piccoli recinti, canne da pesca, piccoli pergolati alti 50 centimetri circa da attaccare la vite.

 

Gli alberi da frutti sono quelli dei paesi mediterranei: fico, mandorlo, melograno, agrumi ( arance, limoni) e qualche albero dei paesi temperati: meli, peri, nespoli.

 

Niente grano o patate, ma delle fave, dei cavoli, che resistono bene al calore. D’estate si mangia delle melenzane, dei pomodori e pasta, piatto nazionale italiano.

 

La carne bovina è un lusso di giorni di festa. L’animale, che la nave ha trasportato, viene messo in mare e guidato verso la costa. Solo a Lipari si allevano alcune mucche, le altre isole hanno solo capre e pecore. Per sostituire la carne si mangia molto pesce: tonno e pesce spada abbondano un questa parte del mar Tirreno.

 

La povertà del suolo è aggravata dalla siccità che può durare da quattro a cinque mesi consecutivi (da aprile a ottobre nel 1956). L’acqua è fornita dall’acqua piovana raccolta in cisterne. Ogni casa ne ha due: una per uso domestico, chiusa con una pietra piatta, l’altra accuratamente chiusa per il consumo. Se il periodo di siccità è particolarmente lungo e le cisterne vuote, una nave cisterna viene da Messina a portare l’acqua nelle isole.

 

Sul lato di una collina che domina la città di Lipari, è stata costruita di recente una vasta area di cemento, ripida, con un filtro e un serbatoio nella parte più bassa. Le altre isole vogliono imitare questa struttura denominata “bacino montanaro”.

 

Pauvretè et hosptitalitè

 

Gli isolani sono onesti, pacifici, fieri, con l’aria triste e rassegnata delle popolazioni molto povere. I bambini non mendicano, sono confusi quando gli si vuole donare qualcosa; anche le caramelle non vengono accettate senza protestare. Dinnanzi al porto non c’è nessun portatore (vettore); un ragazzo si offre ma senza insistere. I bambini camminano tutti a piedi nudi. Gli adulti sono duri per essi, senza malizia: è naturale che portino una pesante valigia di una straniera.

 

Le ragazze e le giovani donne raramente escono da sole: il Siciliano è geloso. La tristezza dei visi è sovente aggravata dai vestiti neri; il dolore è molto lungo, molto grave, con calze nere anche quando fa caldo. Le famiglie sono quasi tutte numerose, due donne su tre sono in vestiti di grande lutto, vera e propria sofferenza fisica sotto il caldo sole estivo.

 

Ogni isola ha un medico, ma se lo stato di un paziente richiede un intervento urgente, si telegrafa al “Pronto Soccorso” (Soccorso d’urgenza) di Messina, che invia un idrovolante. Atterra sul mare, il più vicino alla costa, una barca porta la persona malata. Le isole stanno considerano la costruzione di piatta-forme di atterraggio per gli elicotteri che permetteranno dei soccorsi più veloci.

 

L’industria è inesistente. Per una vita media, molti esercitano due mestieri: un garzone barbiere d’inverno a Stromboli diventa garzone d’hotel d’estate, il padrone di un piccolo hotel a Vulcano è anche muratore, un agricoltore è anche esportatore di uva passa e di capperi, un altro, mentre cura le sue viti di Malvasia, gestisce una piccola drogheria dove si vende un poco di tutto.

 

I funzionari sono considerati come una classe privilegiata. Essi sono odiati ed invidiati: anche se i loro stipendi sono bassi, hanno assicurato il pane.

 

Gli alberghi sono rari, tranne che a Lipari e Stromboli, non hanno confort moderni- nemmeno l’elettricità. A Vulcano, vi sono tre piccoli alberghi ove si può godere di assoluta tranquillità. L’isola è ancora poco visitata, nonostante il suo interesse innegabile. I turisti, anche italiani, soggiornano poco, ma molti gruppi stranieri, il più delle volte tedeschi, in “viaggi organizzati”, arrivano la mattina con il battello postale e ripartano la sera.

 

A Salina c’è un solo hotel. L’isola è stata così preservata da turisti eccentrici e rumorosi che indispongono la gente del posto. Per vistare tutta l’isola bisogna rivolgersi ed essere ospitati dalla gente del luogo. Sul battello postale, un ingegnere mi ha detto: “Non vi preoccupate del vostro nutrimento ne dove alloggiare, qualcuno sicuramente ve lo offrirà”. Queste parole bibliche mi hanno fatto sorridere e lasciata incredula. Ma, in effetti, l’ospitalità appare nel tratto della figlia di un negoziante di Rinella che mi invita senza fare complimenti a seguirla.

 

Non dovrei pentirmene: l’ospitalità è una pratica antica per gli isolani, nonostante la loro povertà, forse proprio per questo. La novità, la curiosità verso tutto ciò che viene da lontano in parte spiega la loro cordialità. Si spera che gli stranieri portino una fetta di vita sconosciuta di cui si parlerà nel corso delle tristi serate invernali; le sue lettere verranno a rompere la monotonia dei giorni: non c’è nessuna distrazione salvo un poco di cinema. La pesca sottomarina è praticata soltanto dai turisti fortunati. Gli apparecchi radio sono molto rari: ricaricare le batterie è costoso. La mia nuova amica abita in una classica casa eoliana bianca, un tetto piano per raccogliere l’acqua piovana, con le aperture piccole ha causa del caldo, delle porte finestre si aprono su loggiato coperto al piano terra. Al primo piano vi è una grande terrazza a cui si accede da una scala esterna non coperta. La casa è arredata con una profusione di piante verdi coltivate con cura: cactus di tutti i tipi, araucaria, buganvillee, e petunie che ben resistono al calore, gerani rose bianche e alloro.

 

Emigrants

 

La mia amica aveva anche un fratello, emigrato in Australia. In ogni famiglia dell’isola c’è almeno un emigrante. La povertà del suolo, aggravato dalla siccità si aggiunge l’insicurezza dell’isola di Stromboli, ciò spiega l’emigrazione della popolazione. Tutti temono l’avvenire dei propri figli. Un giovane uomo vicino alla maggiore età è povero, vuole guadagnare qualche soldo per sposarsi, egli vede ogni giorno un poster, un silenzioso invito di una compagnia di navigazione che si occupa degli emigranti; allo stesso tempo leggono le lettere di coloro che sono partiti e che hanno trovato il benessere. Così chiede a chi è emigrato di trovargli un lavoro. Egli prende il piroscafo “postale”, domanda al comandante se può dare tre colpi tradizionali di sirena per salutare il suo paese. Chi resta dice: “Ancora uno!” con una miscela di tristezza, rassegnazione ed invidia.

 

Una storia che avviene quasi ogni giorno……………..

 

Le persone non si sorprendono più ne si rivoltano: è una sorta di fatalità, come le eruzioni dello Stromboli. L’abitudine di vivere in contatto permanente con il pericolo dà la rassegnazione per l’inevitabile. Ho chiesto: “Per quanto tempo sono partiti? – Per sempre!”, e gli occhi lacrimano…….E’ una domanda che non si pone due volte in queste isole.

 

Per le ragazze, il matrimonio con un giovane uomo di Messina appare come un’ancora di salvezza, o esse andranno a raggiungere in Australia o in America del Sud un emigrante che le ha precedute due o tre anni prima. Si sposeranno, avranno una vita migliore, ma rimarrà sempre la nostalgia dalle loro isole……….

 

Al momento del pensionamento, l’emigrato a volte realizza il suo sogno: torna al suo paese natale. Questi ritorni sono rari; dal 1946 al 1954, due milioni di emigranti hanno lasciato l’Italia, quasi tutti originari delle province del sud e delle isole, in particolare la Sicilia: 200.000 soltanto sono ritornati.

 

“Le case in rovina ricordano ai turisti tutta la durezza di questa natura così bella. Le “sette perle nell’azzurro del mare eoliano”, ornamento della costa siciliana non possono nutrire i loro figli”.

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