Lipari: la pomice 1956

18 marzo 2016 Notizie Eolie

 

3. Si scavano nella “montagna della pomice” enormi imbuti che terminano con una galleria nel punto più basso, dove viene raccolto il materiale che gli operai fanno franare dalle pareti a colpi di piccone. E’ la fase più pericolosa del lavoro, perché una frana a volte trascina un cavatore nel fondo, sotto quintali di polvere.

4. Il materiale raccolto al limite della galleria viene caricato su carrelli e, attraverso lunghissimi “canali” di legno, avviato ai silos di raffinamento.

I ragazzi di Lipari e di Canneto, portando a mezzogiorno la colazione al padre, imparano a conoscere l’infida montagna e a distinguere le creste che resistono e quelle che franano. 5. Dopo essere stata raffinata nei silos, la pomice viene essiccata al sole su enormi terrazze di cemento. E’ necessaria una “cura” di almeno tre giorni, ma spesso il prodotto tanto faticosamente estratto viene gettato a mare da improvvise tempeste di vento.

Il vento è il grande nemico della pomice e degli operai di Lipari, molti dei quali sono affetti da congiuntive cronica. Il vento, infatti avvolge la montagna in un gran nuvolone di polvere bianca, che penetra ovunque, negli occhi, nei vestiti, persino nella pelle. Nelle giornate di vento il lavoro è ovviamente interrotto.

6. Quando un imbuto è ormai esaurito o quando la pendenza delle pareti non garantisce più incolumità degli operai, se ne scava un altro dietro il precedente. La “stagione della pomice” è la primavera-estate. D’inverno il lavoro è sospeso.

7. Dagli essiccatoi la pomice è nuovamente caricata su carrelli e, col solito sistema delle condutture in legno, arriva alle navi che attendono alla fonda presso la costa, su appositi pontili. In piena stagione, da Lipari parte una nave al giorno. Infatti, in questi ultimi tempi la produzione della pomice ha raggiunto, nell’isola, le 56 mila tonn. annue.