Il ricordo delle Eolie di Giulia Niccolai, fotografa e poetessa italiana

2 giugno 2016 Notizie Eolie

 

Per fare un esempio, in Toscana, non Firenze ma Arezzo ecc. Così anche: le Isole Eolie e non Palermo o Agrigento. Ricordo questo fatto perché la richiesta che mi ha fatto Massimo Ristuccia, di commentare ora, cinquantadue anni più tardi, alcune foto delle Eolie da me scattate allora, ha origine dal fatto che egli possiede proprio il volume su quelle isole, che io, ad esempio, non ho (a causa di una serie di traslochi e vicissitudini della vita).

perciatoA questo punto, non posso fare a meno di ricordare uno degli episodi più comici e imbarazzanti che mi capitò proprio a Vulcano durante quel viaggio di lavoro. Ero salita fino al cratere per fotografarlo, circondata da uno scenario tutto giallo di zolfo, col suo tipico odore sgradevole.

Trovai una sorta di gradino naturale di terra e mi ci sedetti sopra. Era caldo ma non ci feci caso, finché la temperatura non divenne eccessiva. Alzandomi, passai una mano sul fondo dei pantaloni e con orrore sentii al tatto che lo zolfo me li aveva fatti a brandelli, “divorati”. Ero in mutande. Avevo poco più di vent’anni, ero in mutande, in Sicilia. Nella Sicilia degli anni Cinquanta! Poi, per fortuna ricordai di avere un golf nella sacca e me lo legai in vita. Ero salva. Nascondeva tutto. Ma torniamo a noi, adesso.

La veduta della costa di Alicudi mi fece sorridere di piacere per un dettaglio che in passato avrei anche potuto non notare, ma che ora, alla mia età , con il fatto che non vado più al mare da anni, mi ha riportato intensamente la sensazione di quei luoghi. La barca in primo piano, sta lasciando il tratto di mare verde, che rispecchia la collina alberata, per inoltrarsi nell’acqua azzurra , azzurra come il cielo sopra di lei. La netta demarcazione tra questi due riflessi è riuscita a commuovermi. E non mi vergogno di dirlo.

La bianca chiesetta delle anime del purgatorio costruita su un isolotto di fronte alla Marina Corta di Lipari, sembra circondata solo da barche e non da esseri umani. Come se la si potesse raggiungere solo via mare, e lei si fosse proiettata in avanti per accoglierle al più presto, a braccia aperte, i reduci dalla paura dell’inferno.

Ecco, io non so che in questi ultimi sessant’anni sia stata trovata acqua nelle isole, ma certo, quei lunghissimi tubi di canapa (?), messi ad asciugare sulla lunga scalinata che porta alla chiesa, tra un viaggio e l’altro della nave cisterna – che provvedeva al rifornimento di acqua dolce per gli abitanti – nella loro accurata disposizione, possibile solo grazie al lavoro di molti, dimostra la cura, la gratitudine degli abitanti per quell’aiuto dalla terra ferma del quale non avrebbero potuto fare a meno.

Giulia Niccolai

Ringraziamo Massimo Ristuccia per averci inviato il materiale