Truffe via internet, tra le tante vittime anche una ragazza in vacanza alle Eolie

22 novembre 2011 Salina News - Eolie News

Le ordinanze di custodia cautelare sono state siglate dal gip Giovanni De Marco, le aveva richieste il sostituto procuratore Fabrizio Monaco. Ci sono poi altri indagati: Nunzio La Rosa, Cristian Vito, Giuseppe Valenti, Giorgio Gullifa, Emanuele Niosi Oriti, Damiano La Rocca, Orazio Buoncastro, Giovanni Masano, Francesco Tringali, Salvatore Cavò, Angelo Spartà, Mario Emanuele Fresco, Loredana Cervino. L’accusa per il “gruppo organizzatore”, cioé per tutti e sei gli arrestati, gruppo al cui vertice c’erano Spartà e Guerrera, ritenuti entrambi «promotori», è di associazione a delinquere finalizzata alle truffe su internet attraverso le false vendite, e poi di riciclaggio, simulazione di reato, false denunce di smarrimento di documenti, contraffazione di documenti d’identità e documenti fiscali, utilizzo fraudolento e indebito di carte di credito e di pagamento. Poi c’è una lista lunghissima di persone che in tutta Italia, i casi sarebbero oltre cinquecento, con il solito sistema delle “vendite fantasma”, sono state clamorosamente truffate. Un giro di truffe che ha fruttato quasi trecentomila euro (per il momento è stato quantificato dai finanzieri in ben 268.101,55 euro). Il gruppo piazzava annunci fittizi sui siti di vendite (in questo caso i più sfruttati erano “Subito.it”, “kijiji.it”, “ebay.it” e “annunci.it”) e proponeva di tutto a prezzi vantaggiosi, dai telefoni cellulari di ultima generazione ai robot da cucina più in voga, dai giochi elettronici più sofisticati alle macchine fotografiche. Una volta lanciato “l’amo” e convinto il cliente gli indagati incameravano il pagamento attraverso carte postepay intestate ad appartenenti al gruppo oppure a utenti di cui avevano rubato i documenti (c’è perfino una ragazza in vacanza alle Eolie che vide sparire la sua carta d’identità), e poi ovviamente dell’articolo “venduto” l’acquirente non vedeva neanche l’ombra. E se telefonava per protestare in alcuni casi si beccava perfino insulti e maleparole. Quando l’acquirente chiedeva garanzie prima di inviare il denaro, arrivavano perfino a falsificare alcuni scontrini di vendita di alcune grandi catene di articoli elettronici, per “dimostrare” di avere incamerato la merce in magazzino. Come invece pensavano di farla franca quando prelevavano il denaro? Ed ecco il retroscena. Il gruppo per incassare i versamenti con le carte postepay (ne sono state individuate ben 28 dai finanzieri), cercava in città uffici postali con le telecamere disattivate o guaste, pensando di farla franca. Ma gli investigatori della Pg nel corso dell’indagine o le hanno fatte riparare oppure, se non era possibile, hanno piazzato le loro, riprendendo ugualmente tutte le scene dei prelievi. Le indagini sono iniziate nel 2010 e sono durate per più di un anno. E tutto è cominciato quasi per caso, sembrava una “semplice” querela presentata da un tizio che dopo aver visionato nel sito “www.Subito.it ” un annuncio per un “iPhone3GS 32 gb” ed avere concordato telefonicamente il prezzo, aveva versato quasi 400 euro ricaricando una carta postepay1 intestata a Crupi. Ovviamente dopo aver effettuato il pagamento non si era visto poi recapitare nulla. La querela non fu affatto sottovalutata da un finanziere della Pg con un buon “fiuto”, e progressivamente l’indagine si allargò fino ad arrivare a smantellare un giro di truffe per centinaia di migliaia di euro che andava avanti sin dal 2008. Le inserzioni erano generalmente effettuate dai computer di casa (portatili o fissi), da alcuni internet point o in rari casi agganciandosi ad una rete wi-fi aperta. Trovato l’accordo con l’acquirente sul prezzo di vendita, tramite mail, telefonata o sms, veniva comunicato il numero della carta postepay da ricaricare giustificando nei più svariati modi l’eventuale diversa titolarità rispetto al soggetto che veniva pubblicizzato come venditore (per esempio “è della mia fidanzata”, “è di mio cugino”). Altro retroscena. In alternativa al prelevamento presso gli sportelli postali o bancari, il denaro veniva trasferito su un conto virtuale aperto presso il sito di scommesse on-line “Betland.com”, e poi il gruppo spendeva il tutto scommettendo o giocando partite virtuali di poker on-line.