Vulcano: nel 2006 venne ucciso in mare da un motoscafo pirata, dopo 7 anni la svolta

13 marzo 2013 Salina News - Eolie News

straziò e uccise, travolgendolo, un sub, il medico torinese Mauro Falletta, 34 anni, in vacanza con la moglie e la sua bimba.

Anni di indagini, difficilissime, e alla fine il pm della procura di Barcellona Pozzo di Gotto ha iscritto undici persone nel registro degli indagati, tutte imputate di omicidio colposo aggravato, favoreggiamento e falsa testimonianza. Ci sono altri fascicoli aperti. sempre con l’accusa di favoreggiamento.

Chi sono. I nomi: Francesco Carlo Maria Bonaccorsi e Martino Bianco, che sarebbero stati a bordo dello yacht Aicon, poi noleggiato dalla società siciliana di Aironblue.

Quindi Emanuele Bucalo; Giuseppe Cattafi; Salvatore Campolo; Georgia Ferrara; Carmelo Pernice; Lino Siclari, manager Aicon; Salvatore Mastrojeni; Marianna Nascè, avvocato e Michele Buccafusca.

I cellulari di due degli indagati, sarebbero stati «agganciati» dalla cella telefonica di Vulcano, mentre un testimone oculare, un ingegnere in vacanza, dal balcone della sua casa, vide l’incidente e riuscì a disegnare l’identikit dello yacht pirata, ricordando persino il nome sullo specchio di poppa dello yacht, lungo 20 metri: «Nabila o Nabilia».

Si ricordava il tipo di carattere, in particolare la N iniziale, molto stilizzata.

Fuga verso Milazzo. Secondo gli investigatori della Capitaneria di Lipari, il grosso natante, dopo l’incidente, invece di fermarsi e di tentare di soccorrere la vittima, dopo una sosta di pochi minuti, ripartì a tutta velocità e si diresse verso il porto di Milazzo. Gli armatori l’avrebbero immediatamente riportata a secco, il nome cancellato e sostituito e poi di nuovo noleggiata, con nuovi documenti e identità.

I nomi delle imbarcazioni di Aironblue provengono tutti da una lista (acquisita agli atti) di nomi femminili arabi. 

Una foto determinante. Un altro turista riuscì a fotografare l’imbarcazione e, da quell’immagine sfocata, gli investigatori (con l’aiuto dei tecnici del Politecnico di Torino), riuscirono a risalire al tipo di yacht e alle sue precise caratteristiche tecniche. È una storia che segue i ritmi di un giallo d’alta scuola. Gli ufficiali della Capitaneria riuscirono a individuare il laboratorio grafico dove venivano realizzate le scritte in acciaio inox, incollate sulle fiancate alle imbarcazioni da diporto della zona. Fu individuata la fattura relativa a un «Aicon» identico alla barca assassina.

I dipendenti , dopo molte reticenze, e anche bugie, finalmente confermano di avere eseguito, a suo tempo, quell’ordine. Una serie di Aicon, destinati ad essere noleggiati nei porti arabi, erano stati tutti battezzati con nomi arabi: Tahira, Jamila, Kamila. Ma del Nabila, nessuna traccia. 

La scritta cambiata. Dunque, bisogna concentrarsi solo sulla targa, appunto PA 2651D ma lo yacht sembra nel frattempo svanito nel nulla, un fantasma nascosto chissà dove, in un angolo del Mediterraneo, di nuovo (forse) con documenti cancellati, immatricolato stavolta in un Paese extra Ue. Uno degli indagati, che quel giorno maledetto sarebbe stato a bordo del «Nabila», avrebbe dichiarato al pm: «Non so più dove sia la barca…».

Sette anni di indagini, in un clima di omertà, tra silenzi, documenti spariti, fatture contraffatte, amnesie parziali e totali. Forse, ora, ci sarà giustizia per i familiari di Mauro, distrutti da un dolore che non passerà mai.

Massimo Numa