Salina: La Primavera Araba del Salina Doc Fest 2011

26 settembre 2011 Salina News - Eolie News

Adesso riconquista la parola e propone pure lui le immagini di una storia raccontata dal nuovo cinema egiziano, marocchino, tunisino con decine di attualissimi film e documentari presentati per la prima volta in un festival che dedica la sua quinta edizione interamente a un tema sintetizzato in due parole: «Confini e orizzonti». Titolo scelto da Giovanna Taviani, figlia d’ arte, direttrice del SalinaDocFest, una kermesse che si conclude dopo una settimana di proiezioni stasera nella più verde delle isole Eolie, eletta a laboratorio di analisi di una svolta che segna la nostra epoca, appunto tra confini e orizzonti, «termini antitetici e complementari», come li considera la regista incoraggiata da padre e zio, i fratelli Taviani: «Non si ha percezione di un orizzonte se non a partire da un confine». Pensa a un orizzonte comune che possa unire riva sud e riva nord del Mediterraneo: «I giovani shebab di Tunisi e i precari di Palermo, i ragazzi in rivolta a Bengasi o al Cairo con gli Indignados di Madrid, le donne egiziane che hanno fatto scoccare la scintilla della primavera araba…». Ci sono le immagini crude di piazza Tahrir al Cairo o di scontri e presidi alla Casbah di Tunisi, ma c’ è anche la poesia di affreschi come quello di Anès, a dieci anni musicista prodigio innamorato di Mozart e Beethoven, seguito per tre anni da Tunisi a Londra dall’ obiettivo di Hichem Ben Ammar: «La metafora serve a chiedersi se in Europa c’ è qualcuno pronto a studiare il liuto classico arabo o i canti berberi. Noi guardiamo all’ Europa, ma l’ Occidente deve facilitare la nascita di un nuovo mondo per evitare le catastrofi da una parte e dall’ altra». È il tema delle opportunità rivendicate dai giovani, dai figli, come ammette autocritico Ammar, capofila dei registi conquistati dalla documentazione delle primavere : «A differenza di noi hanno avuto il coraggio di dire no, senza richiamarsi a partiti e religioni, usando Facebook e non il Corano, scoprendo una creatività fatta di umorismo, derisione, intelligenza di espressione: eravamo capaci di tutto questo e non lo sapevamo». Bisogna ascoltare il travaglio interiore di questo poeta che parla mentre a Salina scorrono le immagini e riecheggiano slogan, appelli, paure: il popolo vuole rovesciare il governo, finché il regime non crollerà teniamoci per mano, cercano di corromperci con mille dinari per tornare a casa… E Ben Ammar decodifica riflettendo su se stesso: «La mia generazione ha sperato per decenni e tutto accade ora. Anche se resta una frustrazione. Potevamo agire noi contro Burghiba e Ben Alì. L’ hanno fatto loro, i giovani. Ho partecipato col cuore. E poi devo aver somatizzato il passaggio. Anche con un gran mal di schiena. Non riuscivo a camminare. Ci saranno altre ragioni, ma mi sono convinto che a quel punto mi ero sentito mancare qualcosa e che dovevo ricominciare a camminare da solo. Senza appoggiarmi a burocrazia, potere, dittatura, come avevamo finito per fare noi vecchi adattandoci. Adesso io cammino di nuovo…». Un cammino che il cinema racconta riappropriandosi del linguaggio, dando voce al giovane contadino arrivato dal confine libico a Tunisi: «Sappiamo perché combattiamo, non sappiamo come dirlo». E Salina fa da altoparlante.

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