Salina: rubrica settimanale della Biblioteca di Malfa

20 marzo 2015 La Biblioteca Comunale di Malfa

 

Il complesso delle terracotte teatrali liparesi è di gran lunga il più cospicuo, il più vasto, il più completo che sia finora venuto in luce in una sola località dal mondo greco, ma anche uno dei più omogenei e dei più antichi. Esso si scagliona infatti attraverso poco più di un secolo dalla prima metà del IV alla metà del III secolo a.C.. Si tratta cioè di una produzione artigianale a cui ha posto improvvisa e drastica fine la distruzione di Lipari da parte dei romani nel 252 a. C.. Ed è una produzione questa, che, come quella della contemporanea ceramica dipinta, si connette essenzialmente al culto dei defunti.

Lo dimostra la provenienza pressochè esclusiva di queste piccole terracotte dall’area della necropoli, ove le troviamo frequentemente sparse intorno alle tombe, a cui dovevano essere portate come offerta, o raccolte in fosse sacrali, che erano forse discariche dei resti di scarifici o di ustrini. Molteplici sono dunque gli interessi che la scoperta di questo complesso di terracotte può suscitare. Esse sono innanzi tutto una chiara testimonianza della larga diffusione che nella Lipari di questa età aveva avuto la religione dionisiaca e dimostrano la connessione, più intima ed evidente che , in qualsiasi altro centro della Grecia di Occidente, fra i vari aspetti della complessa personalità di Dionisio, quale dio che offre le eterne beatitudini del mondo ultraterreno e quale dio del teatro.

 

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Ma queste piccole terracotte, proprio grazie al loro numero, alla loro grande varietà e ai limiti cronologici ben definiti della loro produzione, sono un documento di eccezionale interesse per la conoscenza del costume scenico della loro età, del periodo cioè che va da qualche decennio dopo la morte di Sofocle, di Euripide e di Aristofane, all’età in cui la commedia di Menandro aveva conquistato tutti i teatri del mondo greco.

I documenti contemporanei del costume scenico di questa età erano finora scarsissimi, almeno in alcuni settori, come quello della tragedia.

Le nostre terracotte aprono dunque un nuovo ampio campo alla ricerca e portano un sostanziale contributo alla storia del teatro greco nel suo insieme. Ma le terracotte figurate sono anche l’espressione di un artigianato di notevolissimo livello, fiorito nella Lipari di questa età, che si ispira senza dubbio a prototipi creati ad Atene e forse diffusi per tutto il mondo greco, ma che si sviluppa peraltro secondo tradizioni proprie e secondo i gusti della clientela a cui era rivolto. Esse sono quindi di per se stesse una forma d’arte che ha una sua propria originalità, ma che soprattutto riflette, sia pure in un campo particolarissimo, i movimenti e le tendenze della grande arte contemporanea.

Esse pongono interessanti quesiti sui rapporti, senza dubbio assai stretti, intercorsi fra le arti maggiori, quali la scultura monumentale e la pittura, e l’arte specializzatissima degli skeuopoiòi, degli artisti cioè che creavano le maschere teatrali e le altre attrezzature sceniche, di coloro che oggi chiameremmo gli scenografi e i costumisti. Intimamente connessi con le terracotte teatrali sono i minuscoli ritratti usciti dalle mani degli stessi maestri, prodotti dallo tesso artigianato anch’essi nel duplice aspetto di statuette e di maschere ritratto.

Pur nella modesta e popolarissima forma della coroplastica essi ci offrono una documentazione contemporanea di eccezionale interesse sulla ritrattistica del primo ellenismo, precedendo di oltre due secoli le ritrattistica marmorea diffusa in età romana. Gli scavi sistematici della necropoli di Lipari iniziati nel 1948, quando io reggevo – continua Luigi Bernabò Brea nella sua descrizione introduttiva- la Soprintendenza alle Antichità della Sicilia Orientale, e continuati poi, dopo il mio collocamento a riposo, sotto la reggenza dei miei successori, sono stati diretti sul terreno, a partire dal 1951, da Madeleine Cavalier, «chargèe de recherche» al Centre National de la Recherche Scientifique e conservatrice del Museo Eoliano di Lipari, ove tutto il materiale rinvenuto è oggi archiviato.

Alla attiva e costante collaborazione della Cavalier sono dovuti non solo lo scavo, ma anche la classificazione, l’inventario e la documentazione del materiale. Il presente studio è quindi per larga parte frutto del nostro lavoro comune di un trentennio e ad essa è dovuto l’approfondimento di un particolare aspetto di questa ricerca, quello dei rapporti fra le terracotte teatrali e la ceramica, che forma l’argomento dell’Appendice II.

Devo gratitudine ai miei successori Paola Pelagatti e Giuseppe Voza per avermi reso possibile la continuazione degli scavi e lo studio dei materiali, dandomi a questo fine tutte le possibili agevolazioni. Ringrazio la direzione del Museo Mandralisca di Cefalù e del Museo del Parco di Kelvingrove di Glasgow per avermi consentito lo studio dei materiali liparesi in essi conservati e i colleghi Vincenzo Tusa, Alfonso De Franciscis e Gino Felice Lo Porto per quanto riguarda lo studio dei materiali di confronto nei musei di Palermo, di Napoli e di Taranto; l’Ecole Francaise de Rome e l’Istituto Archeologico Germanico di Roma, l’Istituto di Archeologia dell’Università di Catania, gli Istituti di Archeologia, di Letteratura greca e di Filologia classica dell’Università di Genova per la liberalità con cui mi hanno accolto, facilitando in ogni modo le mie ricerche. Il Dott. Horst Blanck e la direzione dell’Antikensammlung di Munchen per le belle fotografie procuratemi. Importantissimi sono i consigli che ci ha dato il prof. A. D. Trendall dell’Università australiana di Melbourne per quanto riguarda la ceramica figurata con cui le terracotte teatrali sono associate nella necropoli liparese.

Le fotografie dei materiali liparesi sono dovute a M. Cavalier, a Salvatore Fontana e a Oreste Ragusi; mentre il restauro dei materiali degli scavi successivi a quelli pubblicati in Meligunìs-Lipàra II è dovuto a Bartolo Mandarano, a Filippo Famularo e a Rosario Giardina. Alla presentazione museografica dei pezzi hanno collaborato Ignazio Travia e Pippo Betta”.

Il prezioso volume è arricchito da numerose tavole con disegni, foto in bianco e nero ed a colori.